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“SPALMA INCENTIVI” AL VAGLIO DELLA CORTE COSTITUZIONALE

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Con diverse Ordinanze, tutte datate 24 giugno 2015, la Terza Sezione del TAR Lazio, Roma, ha rimesso alla Corte Costituzionale l’esame delle questioni di legittimità costituzionale sollevate da numerosi ricorrenti (alcuni dei quali seguiti dal nostro Studio) in riferimento al decreto c.d. “Spalma incentivi”, i.e. art. 26, comma 3 del D.L. n. 91/2014 (conv. in L. n. 116/2014).

Il TAR, nel premettere che, con detto intervento normativo (qualificabile alla stregua di “legge-provvedimento”):

  1. il sistema degli incentivi perde la sua stabilità nel tempo nonostante lo stesso sia stato già individuato e predeterminato in una convenzione o contratto di diritto privato (art. 24 comma 2 lettera D d. lgs. n. 28/2011);
  2. gli investimenti effettuati non sono salvaguardati;
  3. viene meno l’equa remunerazione degli investimenti effettuati;
  4. il periodo di tempo per la percezione dell’incentivo, invariato nella misura complessiva, viene prolungato indipendentemente dalla vita media convenzionale degli impianti (lett. a); l’incentivo non è più costante per tutto il periodo di diritto, ma si riduce in assoluto per tutto il periodo residuo (lett. c) o varia in diminuzione nell’ambito del ventennio originario di durata della convenzione (lett. a) o per cinque anni (lett. b),

ha ravvisato in esso profili di irragionevolezza e di incompatibilità con gli artt. 3 e 41 della Costituzione poiché incide ingiustificatamente su posizioni di vantaggio consolidate e riconosciute contrattualmente, nonché sul legittimo affidamento dei fruitori degli incentivi che non avrebbero potuto in nessun modo prevedere tale modificazione del rapporto.

Al riguardo, quanto riferito dalle difese statali con riferimento alla finalità dello “spalma incentivi” di voler ottenere una riduzione dei costi per le utenze, a detta del TAR appare “operazione redistributiva irragionevole e sproporzionata”. Non sono ravvisabili, altresì, a parere del Giudice Amministrativo, i motivi imperativi di interesse generale che, anche alla luce dei principi della CEDU (art. 1, Protocollo Addizionale 1), giustificherebbero gli effetti retroattivi del decreto. La norma si pone in contrasto, quindi, con l’art. 117, comma 1 della Costituzione.

L’assenza di proporzionalità e ragionevolezza della misura in esame ha convinto il TAR a ritenere potenzialmente violati, e a rimetterne la relativa questione alla Corte Costituzionale, il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione, oltre all’art. 41 anche “alla luce dell’irragionevole effetto della frustrazione delle scelte imprenditoriali attraverso la modificazione degli elementi costitutivi dei rapporti in essere come contrattualizzati o, comunque, già negoziati”. Questi principi sono stati lesi anche perché in sostanza è stata creata una discriminazione tra il fotovoltaico e le fonti rinnovabili diverse dal solare.

Infine, il TAR censura la scelta del Legislatore di intervenire con la decretazione di urgenza in ambiti e settori del diritto ove non si ravvisino i presupposti per l’utilizzo di tale strumento eccezionale, in violazione di quanto stabilito dall’art. 77 della Costituzione.

Non resta, quindi, ai ricorrenti e, in generale, a tutti i produttori di energia da impianti fotovoltaici con potenza superiore a 200 kW, che attendere la pronuncia della Consulta che, qualora decidesse di accogliere le questioni sollevate, potrà cancellare dall’ordinamento le parti di decreto ritenute costituzionalmente illegittime.

Per eventuali chiarimenti, non esitate a scrivere a afantini@tonucci.com; psilvestro@tonucci.com; lmusu@tonucci.com

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